Teatro Coccia Novara, 5 ottobre 2012, "Il Matrimonio Segreto" |
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Le locandine del dramma giocoso “Il Matrimonio segreto” di Domenico Cimarosa
Quando le attese sono notevoli, spesso sono deluse ma non è stato questo il caso. Alla Prima del “Matrimonio Segreto” di Domenico Cimarosa con regia di Marco Castoldi in arte Morgan sono stati riservati solo apprezzamenti. Marco Castoldi, Caronte dell’Opera, traghettatore della stessa. Le sue “anime”, in questo caso gli spettatori, conquistati e affascinati da una rilettura geniale. Dopo le prime battute, l’Opera si è aperta ed è stato piacevole e facile seguirla anche per i profani. La risposta è stata calorosa, alcuni applausi tra una scena e l’altra, numerosi tra primo e secondo atto, inesauribili al termine della rappresentazione. Una vera e propria "standing ovation" con Morgan che indicando il pubblico lo applaudiva a sua volta. L’Artista Castoldi non si è accontentato della regia ma per l’occasione è diventato anche cantante lirico, esibendosi in una “breve aria” all’inizio del secondo atto. La sua presenza è stata comunque costante sul palco, grazie ad un manichino tuba e ciuffo sempre presente. Gli spettatori più curiosi che con gli occhi l’hanno cercato, hanno potuto scorgerlo nel primo palco a destra attento a vigilare sulla sala e il palcoscenico.
Una rilettura coraggiosa, una sfida vinta dal regista Castoldi ma anche o soprattutto dalla direttrice del Teatro Renata Rapetti che ha creduto nell’innovazione, senza snaturare, semplicemente rileggendo. La citazione di Ugo Foscolo, in questo caso, mi sembra più che appropriata: ” L’arte non consiste nel rappresentare cose nuove, bensì nel rappresentare con novità”. Tutto era perfetto, un’Opera estrapolata dal suo tempo. Attualissima oggi, come ieri, come domani. La scena essenziale con pochi elementi per far emergere i protagonisti. Costumi, parrucche e trucco azzardati ma geniali. Elementi che hanno fatto la differenza, modernizzando un’Opera di fine settecento. A completare la contestualizzazione nel XXI secolo l’oggettistica: frustino e manette di Fidalma ne sono stati l’emblema. Bellissima la scelta di far entrare in scena “la Parola” per farla diventare protagonista, a sottolineare i brani significativi. Dall’alto non scendevano solo lampadari e cornici ma anche parole, per una scenografia sorprendente e accattivante. Scenografia su due piani, anche cromaticamente parlando, l’uno il negativo dell’altro. Il nero e le sfumature di grigio si contrapponevano ai colori fluo di ciò che stava in primo piano. Due piani, due livelli che ben esprimevano gli opposti: ricchezza e povertà, nobiltà e servitù, potere e sottomissione. Le stesse parole del signor Geronimo (ad alcuni servi) nella scena seconda dal testo di Giovanni Bertati sono esplicite: “Non dovete sbagliare, gente ignorante. / Che cos’è questo “lei il signor Geronimo”? / In Italia i mercanti / che han dei contanti, han titol d’illustrissimo; / e illustrissimo io sono; e va benissimo. / Se poi… (Ad ogni costo / voglio avere un diploma, / che della nobiltà mi metta al rango, / chè chi ha dell’oro ha da sortir dal fango.)…”. Il denaro può tutto, tutto è in vendita e soprattutto è acquistabile. In scena la vita: denaro, amore, vizi, tic, segreti per una conclusione scritta, in ultima istanza vincerà il bene, l’Amore.
E’ doveroso ricordare l’Architetto Alessandro Mendini che ha creato appositamente la significativa poltrona
A chiudere,
Per gentile concessione, questo resoconto è stato pubblicato anche sul sito autorizzato www.inartemorgan.it (Rass. Stampa).
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